Tramonto meraviglioso: ecco spiegato il motivo.

Ieri sera tutti gli italiani hanno potuto ammirare il primo tramonto dell’ora solare: dune di fuoco e scie magenta.
Il tramonto che ieri ha dipinto il cielo italiano ha inevitabilmente tenuto tutti con il naso all’insù, causando il sovraffollamento di scatti e selfie postati sulle varie pagine social.

I Milanesi hanno dunque sfruttato l’effetto specchio che si è creato sulle acque dei nostri canali, i Navigli, scattando pazzesche fotografie postate subito in rete.

Tramonto in Darsena.       Fotografia di Simone Lunghi

Moltissimi milanesi hanno creduto che questi meravigliosi colori siano stati generati dall’inquinamento atmosferico che attanaglia il capoluogo lombardo, ma il professor Maurizio Maugeri, fisico dell’atmosfera dell’Università di Milano, ha smentito questa ipotesi: «No, erano nubi troppo alte che stazionavano verso il limite della stratosfera e l’inquinamento in questo caso non è la causa del loro effetto spettacolare».

Maugeri quindi spiega il motivo di questo tramonto così particolare: «i è creata una condizione particolare dovuta alla diffusione del vapore acqueo, per cui la luce del sole al tramonto, attraversando i cristallini, produceva colori e disegni straordinari simili alle nubi lenticolari, che però, in genere, si presentano separate».

Scartata dunque l’ipotesi dell’inquinamento, poiché: «L’inquinamento agisce a livelli più bassi, e poi negli ultimi giorni una ventilazione discreta sulla Val Padana ha abbassato i livelli inquinanti, quindi non può generare conseguenze simili».

Tramonto presso il Panperduto (VA). Fotografia dalla pagina facebook del Panperduto

Corso San Gottardo: “El burg dè furmagiatt“

Corso S. Gottardo, che si sviluppa da Porta Ticinese verso sud, è l’arteria stradale principale di un borgo storico esterno alle mura spagnole, importante già nel ‘600. Nell’area compresa tra il Corso e il Naviglio Pavese si sviluppano così le tipiche case a corte, luogo di vita sociale e di lavoro, organizzate in lotti stretti e lunghi che spesso hanno ingressi su entrambi i lati.

Corso San Gottardo in una fotografia del 1921

La fortuna di questo borgo è dovuta principalmente al naviglio ed alla vicinanza della darsena, l’antico porto cittadino; infatti, i barconi mercantili diretti in città sostavano nei pressi di Corso San Gottardo, dove, una volta smerciate le merci ripartivano, evitando così il pagamento del dazio cittadino posto alla dogana qualche metro più avanti. Non è un caso infatti, che i cortili principali di Corso S. Gottardo abbiano tutt’ora due entrate, il motivo è dovuto al fatto che si scaricava direttamente dal Naviglio e senza fare il giro si portavano i carichi nella via, nelle case e nelle botteghe.

Dopo il 1819, quando il Naviglio Pavese divenne completato, questo divenne il punto di arrivo, lavorazione e scambio di merci, soprattutto latte e latticini, provenienti dalle fertili pianure della Lomellina e dell’Oltrepo’ Pavese. Nelle case a corte si crearono così numerose casere dove, al piano terra e nelle cantine, si trovavano i depositi per la conservazione e la stagionatura dei formaggi. Per questa ragione, la popolosa zona attorno a Corso San Gottardo è conosciuta anche come borgo dei formaggiai, in milanese “El burg dè furmagiatt“

Il Santuario della Madonna della Rocchetta sul Naviglio di Paderno

Il piccolo Santuario della Madonna della Rocchetta si trova nel cuore del Parco Regionale Adda Nord, nel tratto denominato Ecomuseo Adda di Leonardo e fa parte del cammino di Sant’Agostino.
Situato nel comune di Paderno d’Adda, ma facente parte della Parrocchia di Cornate, il santuario gode di una posizione invidiabile dal punto di visto naturalistico e geografico, lì dove il  fiume Adda si divide dal Naviglio di Paderno.

@Domenico Valsecchi

Le sue radici affondano nel passato, se si considera che il santuario è stato edificato sui resti del “castrum qui nominatur Rauca item Coronate“, e che gli scavi archeologici hanno riportato alla luce reperti databili addirittura al periodo tardo-romano, attorno al V secolo d.C.

Il Santuario venne edificato nel 1386, stesso anno in cui iniziarono i lavori per il Duomo di Milano, per volere del facoltoso medico milanese Bertrando da Cornate, che contribuì con una generosa donazione anche alla Fabbrica del Duomo.

Solo tre anni più tardi, il Santuario e il terreno circostante vengono donati dal proprietario benefattore ai frati eremiti di Sant’Agostino del convento di San Marco di Milano, che però non poterono godere appieno di questo oasi di pace, perché nei primi decenni del Quattrocento l’Adda fu teatro di guerre tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

@ Domenico Valsecchi

Considerando la posizione strategica i Visconti inviarono soldati per controllare il confine e i frati furono così costretti ad abbandonare il santuario, che venne inglobato in un sistema fortilizio più ampio.

Nel 1517, dopo diverse vicissitudini, il complesso venne definitivamente incorporato nel convento di San Marco di Milano, ma il santuario nei secoli successivi venno lasciato nell’incuria e divenne luogo di rifugio per briganti e mendicanti.

Il Santuario Madonna della Rocchetta è inserito nella rotta di pellegrinaggio del “Cammino di Sant’Agostino”.

Fonte:
– http://www.eccolecco.it/arte-cultura/chiese-basiliche/santuario-madonna-della-rocchetta/

La chiesa di San Cristoforo sul Naviglio

San Cristoforo è un suggestivo complesso costituito da due chiesette affiancate. Sorge sul percorso che conduceva a Milano dalla Lomellina, in un punto di passaggio obbligato nella rete dei vari corsi d’acqua. Per chi arrivava a Milano navigando sul naviglio, San Cristoforo in aperta campagna, era il segnale che mancavano pochi minuti all’attracco. È possibile che il sito fosse occupato un tempo da un tempio pagano; la cosa non è accertata, ma viene insinuata da varie fonti (Ausonio, Castiglioni, Tamborini). La titolatura al santo gigante dalla forza smisurata, patrono dei pellegrini, di fatto in molti casi sostituì quella a Ercole.

Antiche narrazioni attestano l’affetto dei milanesi per questa chiesa che in origine era una semplice cappella coperta da due falde a capanna. Pare addirittura che proprio in questa chiesetta, nel 1176, sia stato dato ai milanesi il primo annuncio della sconfitta dell’imperatore Federico Barbarossa a Legnano da parte della Lega Lombarda. La chiesa (che doveva corrispondere approssimativamente all’attuale navata sinistra) venne ricostruita nel 1192 e fu ampiamente rimaneggiata nel Trecento. Ad essa un certo frate Pietro Franzoni di Tavernasco, affiancò un ospedale per i pellegrini (1364?).

San Cristoforo inizio ‘900

La chiesa di destra, comunemente detta Cappella Ducale, è del XV secolo. Fu eretta sotto il patrocinio di Gian Galeazzo Visconti, adempiendo il voto popolare per l’improvvisa cessazione della peste del 1399. La Cappella Ducale venne intitolata non solo a San Cristoforo, come già la chiesa preesistente e l’ospizio, ma anche ai santi Giovanni Battista, Giacomo, e alla Beata Cristina, protettori dei Visconti, per commemorare la vittoria riportata sugli Armagnacchi presso Alessandria il 25 luglio (festa di san Cristoforo) del 1391. Sulla facciata venne inserito il celebre stemma di famiglia con il biscione, accanto a quello del Comune di Milano con la croce rossa in campo bianco.

Oggi nella diocesi di Milano, è la chiesa dove si svolge il maggior numero di matrimoni all’anno.

La leggenda del Santo

Jacopo da Varagine (sec. XIII), con la sua Legenda Aurea, fu l’autore che in Occidente rese celebre Cristoforo Secondo questo testo, egli era un giovane gigante che si era proposto di servire il signore più potente. Per questo fu successivamente al servizio di un re, di un imperatore, poi del demonio, dal quale apprese che Cristo era il più forte di tutti: di qui nacque il desiderio della conversione. Da un pio eremita fu istruito sui precetti della carità: volendo esercitarsi in tale virtù e prepararsi al battesimo, scelse un’abitazione nelle vicinanze di un fiume, con lo scopo di aiutare i viaggiatori a passare da una riva all’altra. Una notte fu svegliato da un grazioso fanciullo che lo pregò di traghettarlo; il santo se lo caricò sulle spalle, ma più s’inoltrava nell’acqua, più il peso del fanciullo aumentava e a stento, aiutandosi col grosso e lungo bastone, riuscì a guadagnare l’altra riva. Qui il bambino si rivelò come Cristo e gli profetizzò il martirio a breve scadenza. Dopo aver ricevuto il battesimo, Cristoforo si recò in Licia a predicare e qui subì il martirio.
Come questa leggenda sia sorta è ancora oggi un problema insoluto. Si sono formulate alcune ipotesi: chi ritiene che il nome Cristoforo (= portatore di Cristo) abbia potuto suggerire la leggenda; chi suppone che l’iconografia (Cristoforo con Gesù sulle spalle) sia anteriore alla narrazione di Jacopo da Varagine, per cui la rappresentazione iconografica avrebbe ispirato il motivo leggendario.
La festa di Cristoforo in Occidente è celebrata il 25 luglio, in Oriente il 9 maggio.
Per quanto riguarda il folklore, è da notare come esso non sia diminuito nei tempi recenti, sebbene abbia subito, ovviamente, degli adattamenti. Se nel Medioevo Cristoforo era venerato come protettore dei viandanti e dei pellegrini prima di intraprendere itinerari difficili e pericolosi, oggi il santo è divenuto il protettore degli automobilisti, che lo invocano contro gli incidenti e le disgrazie stradali.

 

Fonte:
– http://www.chiesasancristoforo.it/storia.htm
– http://www.santiebeati.it/dettaglio/64200

La Torre del Sale ed il Naviglio Vallone

La Torre del Sale fu costruita in epoca medioevale durante il XIII secolo. Venne bombardata pesantemente tanto da venire distrutta nel 1943, durante la seconda guerra mondiale.

Secondo la tradizione, nella torre veniva immagazzinato il sale, tuttavia, alcuni storici tendono oggi a metterlo in dubbio. Il Naviglio cosiddetto Vallone metteva in comunicazione la Fossa interna con la Darsena, attraverso la celebre conca di Viarenna, che rese possibile superare il dislivello, consentendo così ai marmi provenienti da Candoglia ad immettersi nella Fossa interna e giungere fino al Laghetto di Santo Stefano, per venire poi lavorati nella Cascina degli Scalpellini, a pochi metri dal Duomo.

Torre del Sale in direzione Via Edmondo de Amicis, 1928-1929

Sullo sfondo della prima foto è visibile il ponte del Naviglio Vallone o ponte Olocati, che segnava il termine della Conca: Il ponte era situato all’altezza di Via Edmondo de Amicis, 25 allora chiamata Strada della Vittoria.

@milano nel tempo

 

Fonti:
– Milano in Mostra
– http://www.milanoneltempo.it/conca_del_naviglio_via.html

 

Come funzionano le conche?

Tutti i vari canali che costituiscono la rete dei navigli hanno diverse altezze, per superare quindi questi dislivelli e consentire la navigazione sono state create le conche.

Navigazione all’interno della conca di Rozzano

Le conche o chiuse sono come una sorta di ascensore per le barche, che permettono a quest’ultime di salire o scendere il “gradino” che si è creato a causa del salto d’acqua.

Vediamo come funzionano:

1) La barca che giunge in prossimità del salto d’acqua entra nella vasca di riempimento della conca, limitata da due robuste porte vinciane, originariamente in legno.

2) Attraverso due apertura viene poi fatta entrare l’acqua, per far arrivare la barca allo stesso livello del corso superiore del canale

3) A questo punto la posta anteriore si apre, permettendo alla barca di proseguire la navigazione

Quando l’imbarcazione deve scendere si compie l’operazione inversa, aumentando il livello dell’acqua nella conca prima che la barca sia entrata, per poi abbassarlo e consentire alla barca la discesa.

Due Sirenette in città…

Vi siete mai chiesti a cosa serve quel ponte di ghisa in mezzo al Parco Sempione, visto che sotto non ci passa nessun corso d’acqua?

In via Visconti di Modrone (all’epoca il lungo tratto del Naviglio interno di San Damiano), venne realizzata una passerella pedonale in ghisa, destinata a divenire un importante punto di riferimento per i milanesi dell’epoca…

Era il primo ponte metallico costruito in Italia: lo avevano inaugurato il 23 giugno 1842 al cospetto dell’Arciduca d’Austria Ranieri e il disegno era dell’architetto Francesco Tettamanti il quale, per abbellire l’opera, aveva fatto fondere nella ghisa le quattro Sirenette nella ferriera di Dongo sul lago di Como dalla ditta Rubini, Scalini e Falk &C

Quattro sirenette “salutavano” i passanti (e soprattutto gli innamorati che lì si davano appuntamento) da sopra i basamenti del ponte.

La passerella veniva soprannominata dai milanesi “il ponte delle sorelle ghisi”, per via del materiale di cui era fatto, ed i barcaioli che vi passavano sotto non mancavano mai di salutare quelle graziose sirenette.

Il ponte delle sirenette in via San Damiano, in una fotografia dei primi del ‘900

Oggi, spaesato e fuori luogo, si trova vicino alla roggia che alimenta la pozza d’acqua presso il Palazzo dell’Arte, posizionato lì dopo i lavori della chiusura dei Navigli interno voluta negli anni ’30.

Se vi capita di andare al Parco Sempione, fateci un giro sopra e immaginate come poteva essere, lucido e ben curato, luogo di appuntamenti e di ritrovo, proprio in mezzo ad una via centrale della città!

 

Fonte:
– http://www.milanoneltempo.it/ponte_delle_sirenette.html

Ponte dello scodellino

Il ponte dello Scodellino o della scodellina  è il prolungamento di Viale Gorizia verso piazza XXIV Maggio nel punto in cui il Naviglio Grande si immette nella Darsena di Milano.

Ponte dello scodellino vista Darsena

Sull’origine del suo nome ci sono due teorie. Secondo la più accreditata, Il ponte si chiama così perché attraversandolo, i battaglieri dovevano pagare il transito con uno scudello, ovvero una moneta dal valore di un quarto di scudo. Secondo l’altra teoria, in passato i conducenti dei barconi, i cosiddetti “comballi”, che trasportavano sabbia e altri materiali, erano soliti fermarsi presso l’Osteria del Pallone che si trovava nelle immediate vicinanze del ponte per farsi dare una scodella di minestra bollente, soprattutto nelle fredde giornate autunnali e invernali.

Già dai tempi di Gian Galeazzo Visconti, la Fabbrica del Duomo navigava gratis, date le pie motivazione dell’impresa. Per essere riconosciuti, sui blocchi di marmo trasportati da questi barocni veniva scritto “Ad usum Fabbricae”, in sigla AUF: per i milanesi “Aufo” significa da allora “Senza pagare”.

Ponte dello scodellino visto dal lato del Naviglio Grande, 1910

Oggi, prima del Ponte Scodellino è presente l’approdo di Milano.

“El barchett de Boffalora”

Nel corso del XIX secolo, il Naviglio Grande era solcato soprattutto dai “barchett“, le barche corriere che partivano da Gaggiano, Abbiategrasso, Boffalora, Cuggiono e Turbigo e trasportavano i passeggeri e la corrispondenza fino alla Darsena di Milano.

Le prime notizie certe di questo servizio di trasporto passeggeri, risalgono al 1645, con una cadenza regolare da Tornavento fino alla darsena di Milano. Questa data è certificata da un documento del 15 giugno 1645, della “morta subitanea” di tale Gioanni Motter tedesco, avvenuta il 15 giugno 1645, appena giunto a Boffalora col Navetin (Barchetto). Gestito fin dal 1777 da Giuseppe Castiglioni e soci, barcaioli di Boffalora, il servizio era molto efficiente e fu utilizzato fino al 1913, quando la politica di modernizzazione intrapresa da Giolitti con l’inaugurazione della nuova linea tramviaria di Milano, ne decretò la fine. Il servizio era in funzione in tutte le stagioni e impiegava in tutto tre persone: due a bordo e uno a terra per incitare e controllare i cavalli che trascinavano il barcone dalla sponda.

Il barchett trainato controcorrente dai cavalli lungo l’alzaia del Naviglio Grande

Il tempo di massimo splendore di questo barchett fu intorno al 1830. Il tragitto, dal ponte di Boffalora a Milano, in considerazione del fatto che avveniva in discesa, veniva coperto in 4 o 6 ore, secondo la velocità dell’acqua; il biglietto costava 50 centesimi di Lira. Mentre per il ritorno, in controcorrente e con l’ausilio dei cavalli, impiegava non meno di 12 ore ed il biglietto costava 52 centesimi di Lira.

Il battello fermava presso tutti i ponti dei paesi rivieraschi che attraversava. Quando era ora della partenza, il navigliere (che sarebbe il capitano dell’imbarcazione) dava il via gridando: “El vaaaa…! El barchette l vaaa…!” e tutta la gente dall’alzaia e dalle trattorie circostanti si precipitava a prendere posto a bordo. Il barchett – che è stato il mezzo di trasporto più famoso sino a dopo la prima guerra mondiale –  era attrezzato con copertura, panchine, sputacchiere in ottone (solo per le signore), remi di scorta e con cavalli, necessari per la risalita. A bordo c’era un po’ di tutto: donne che andavano a Milano ad allattare, contadini che andavano a vendere i loro prodotti risposti in cesti di vimini, mentre reggevano per le zampe polli e tacchini, commercianti di bovini e maiali, perditempo, borsaioli pronti a scappare dopo il furto

Era un modo di viaggiare comodo, sicuro e soprattutto economico, malgrado orari approssimativi; le barche impiegate, due all’inizio del Settecento, divennero dodici alla fine del secolo.

 

Uno di questi “barchett”, quello di Boffalora, divenne celebre grazie a una commedia di Carlo Righetti, in arte Cletto Arrighi, poeta milanese della corrente dalla Scapigliatura, che nel 1870 scrisse una commedia intitolata appunto “El barchett de Boffalora”, che ebbe oltre mille repliche al Teatro di Milano.

 

 

C’erano anche dei personaggi tipici, come: quel de la baslètta, che era il bigliettaio che, a navigazione iniziata, passava con un cestello fondo, appunto la basla, nel quale i passeggeri versavano il prezzo della corsa; quell de la riffa che richiedeva el sesin, per far partecipare i passeggeri ad una lotteria il cui premio consisteva in certi dolci coperti di zucchero umidiccio. Le chiacchiere, all’inizio fiorivano, poi, con il passar del tempo, languivano. Allora entrava in azione el torotèla, il cantastorie che, suonando una chitarra o la ghironda, cantava filastrocche, canzoni popolari ecc. Altre volte c’era el Baltramm, nota maschera di Gaggiano, che vendeva pianeti, ossia la fortuna.

 

Le Caratteristiche del Barchett

Costruita in rovere, la barca corriera doveva essere lunga diciassette metri e mezzo e non più larga di due e novanta, priva di sporgenze esterne per non danneggiare le sponde. Il fondo era piatto, anche se il Regolamento del 26 novembre 1822 disponeva che per il terzo anteriore “le sponde concorrendo a congiungersi fra loro costituirebbero la prora, allo scopo d’incontrare minor resistenza nel movimento”.

La parte destinata ai passeggeri (il casello) non doveva occupare più di un terzo della lunghezza dello scafo, essere dotata di quaranta posti a sedere su panche fisse trasversali, altezza massima 2,35 m, ai fianchi almeno 1,62, con l’eventuale copertura in legno dolce, con timone a pala. La velocità massima raggiunta era vicina ai 20 km, soprattutto in un paio di rapide, che, anche se non pericolose, imprimevano un’andatura di tutto rispetto.

Il Barchett oggi

Vari tentativi sono stati fatti per costruire una replica di tale imbarcazione, ma fu solo il 19 aprile 1998, che il progetto si è concretizzato, grazie al sostegno economico di ditte private, di Associazioni Storiche, soprattutto quella chiamata La Piarda di Boffalora e all’impegno di Ermanno Tunesi, instancabile centro di notizie per tutto quello che riguarda ampi stralci della storia milanese ed entusiasta promotore culturale di mille iniziative.

Nel 2013, in occasione del centenario dell’ultimo viaggio, è stato ricostruito un nuovo barchetto, su modello di quello esistente nel 1840.

 

 

Fonte:

– I Luoghi dell’acqua: Caro Naviglio… Viaggio attraverso 800 anni di storia e di leggende. Renato Sabatino
– https://www.nauticareport.it/dettnews.php?idx=6&pg=5715