La storia delle filature de Schappe di Rozzano

L’insolita Filatura sul Naviglio Pavese

Tra le testimonianze più significative dell’archeologia industriale del Sud Milano, le Filature de Schappe occupano un posto particolare. Non furono soltanto una fabbrica: per quasi un secolo rappresentarono uno dei principali motori economici e sociali di Rozzano (MI), contribuendo a trasformare un territorio agricolo in una comunità che iniziava ad affacciarsi alla modernità industriale.

Per comprendere la nascita dello stabilimento è necessario guardare al contesto territoriale dell’epoca. Nel corso del XIX secolo l’industrializzazione milanese si sviluppò in modo non uniforme: mentre la fascia settentrionale della città si popolava di grandi complessi produttivi lungo le principali direttrici di comunicazione, il settore meridionale conservava ancora una forte vocazione agricola organizzata attorno alle cascine.

In questo scenario il Naviglio Pavese rappresentò un elemento decisivo: non solo via di trasporto e approvvigionamento, ma anche fonte di energia per attività manifatturiere non direttamente legate all’agricoltura.

Naviglio Pavese a Rozzano presso la Riseria Inverni, seconda metà del ‘900

La storia della fabbrica

Dal mulino alla filatura: la nascita dello stabilimento (1865–1898)

La storia delle Filature de Schappe inizia ufficialmente il 4 febbraio 1865, quando uno dei mulini alimentati dalle acque del Naviglio Pavese venne acquistato dalla società inglese Gaddum di Manchester per essere convertito in una filatura di cascami di seta. L’obiettivo era sfruttare il salto d’acqua e la turbina già esistente per alimentare il processo produttivo.

In seguito la proprietà passò alla società francese Filature de Schappe di Lione, che ampliò la produzione e rinnovò l’impianto. L’opificio nella forma ancora oggi riconoscibile venne realizzato nel 1898 su un edificio preesistente e continuò a operare fino al 1953.

Perché proprio Rozzano? Il ruolo decisivo del Naviglio Pavese

L’ex direttore Vittorio Chevallard, intervistato molti anni dopo la chiusura, spiegava così la scelta di installare una manifattura serica proprio a Rozzano:

«In effetti non c’è una ragione logica: la materia prima doveva essere importata. Il motivo sta tutto nella convenienza offerta dal salto d’acqua del quale si poteva sfruttare gratuitamente la forza motrice nonché l’abbondanza di acqua per i lavaggi».

Chevallard ricordava inoltre che la filatura era stata invitata ad allontanarsi da Milano per ragioni igieniche e che proprio lungo il Naviglio si sarebbero poi concentrati altri insediamenti produttivi.

Già nei primi anni del Novecento l’attività aveva raggiunto dimensioni considerevoli e impiegava alcune centinaia di lavoratori provenienti soprattutto da Rozzano, ma anche da Zibido San Giacomo e Lacchiarella. Alcuni percorrevano ogni giorno fino a venti chilometri a piedi per raggiungere lo stabilimento.

Filature de Schappe a Rozzano
Gli edifici delle Filature de Schappe, anni ’30

La fabbrica che cambiò il paese

Secondo le testimonianze raccolte nella memoria locale, la Filature de Schappe diede letteralmente un nuovo volto al paese.

«Veniva riconosciuta, fino a dopo la Seconda guerra mondiale, come “la possibilità”, alternativa alla vita di campagna».

Per un territorio ancora dominato dalle risaie e dal lavoro stagionale, la fabbrica rappresentò una prospettiva diversa: salario regolare, nuovi orari, una maggiore stabilità economica e una prima forma di mobilità sociale.

«La filatura è stata la prima a far capire cosa significava l’industria… che ci poteva essere un’evoluzione sociale con una paga migliore e una vita migliore».

Una testimonianza ricorda come:

«Qui era tutta campagna, c’era solo una grande industria che produceva seta, dava lavoro a 800 persone».

La presenza dello stabilimento modificò profondamente la percezione stessa del lavoro:

«La filatura è stata la prima a far capire cosa significava l’industria… che ci poteva essere un’evoluzione sociale con una paga migliore e una vita migliore».

Una fabbrica anche femminile

In questa trasformazione il contributo femminile fu decisivo. Molte lavorazioni, in particolare la mondatura e la pulizia del filo, erano affidate alle donne.

Una delle testimonianze raccolte racconta:

«Credo che le donne superassero il 50% perché la mondatura era fatta tutta da donne… ci volevano mani gentili».

La filatura offrì quindi alle donne del territorio una delle prime opportunità di lavoro stabile fuori dal contesto agricolo.

Le macchine della filatura de Schappe a Rozzano 1920 circa
Le macchine della filatura 1920 circa

La vita quotidiana in fabbrica

Il lavoro seguiva ritmi severi. Nei primi anni del Novecento si iniziava alle sei del mattino e si terminava alle sei di sera, con una breve pausa.

Chevallard ricordava:

«La ditta offriva alle 8 del mattino un bicchiere di vino agli uomini e una tazza di caffè alle donne».

Un’altra testimonianza aggiunge:

«Alle 8:30 c’era un caffè per tutti, alle 12 c’erano gli operai con il pane fresco sotto il braccio. Si lavorava fino alle 18: erano tempi eroici, gente votata al sacrificio».
Il rapporto tra impresa e lavoratori viene ricordato con caratteristiche che oggi definiremmo paternalistiche. C’era grande affezione fra operai e padrone».

Le testimonianze ricordano in particolare la figura del direttore Carlo Chevallard, percepito come vicino ai lavoratori e attento alle loro condizioni di vita. Con il tempo arrivarono anche servizi come la mensa aziendale, considerati all’epoca elementi di miglioramento del clima interno.

«Il rapporto con il padrone era di sudditanza, oggi ci sono i diritti, ma c’era anche una grande affezione fra operai e padrone, ed era questo che teneva in piedi tutto, io non ricordo nemmeno un licenziamento. Poi era arrivata anche la mensa, con gli operai trattati meglio si lavorava in un clima migliore.»

Anche il funzionamento dello stabilimento racconta un modello produttivo oggi scomparso. L’energia necessaria era generata direttamente in sito.

Un ex lavoratore ricordava:

“Io e mio padre lavoravamo come guardiani delle turbine della corrente elettrica, si faceva a turni, otto ore ciascuno. C’erano due turbine della corrente con l’alternatore che andavano e creavano l’energia elettrica per il funzionamento dello stabilimento, erano il motore dello stabilimento, tanto è vero che, quando non c’era acqua nel naviglio, dovevano acquistare l’acqua dalla Est-Ticino. Arrivava il baco (bozzolo) grezzo dalla Cina, c’erano ancora dentro gli scarafaggi (bachi), poi veniva trattato, li mettevano dentro a delle vasche con trielina e acqua calda, entrava dentro il cascame e usciva seta bianca; poi veniva mandato in Svizzera dove facevano tutta la lavorazione”.

Operai in Fabbrica. Fototeca Rozzano. 1920 circa

Le case operaie del Bissoncello

Abitare la fabbrica: alloggi, cortili e servizi moderni

L’impatto della Filature de Schappe si estese anche alla forma urbana di Rozzano. Quasi contemporaneamente all’espansione produttiva vennero costruiti gli alloggi per le maestranze nella località di Bissoncello.

Su progetto dell’ingegner Villa sorsero due edifici: il primo nel 1903 e il secondo nel 1906. Erano case a ballatoio che fungevano non solo da residenza ma anche da spazio di vita collettiva e non solo puri elementi distributivi.

Nel 1929 gli ingegneri Manfredi e Griffini progettarono una nuova residenza operaia che portò il patrimonio abitativo aziendale a circa 400–500 alloggi.

Secondo le memorie locali, queste abitazioni furono tra le prime del paese a disporre di acqua corrente ed elettricità e ospitarono famiglie trasferitesi anche da altri comuni per lavorare nello stabilimento.

Case operaie del Bissoncello, anni ’30

Crisi, guerra e trasformazioni produttive

Dopo la crisi del 1929 e durante la Seconda guerra mondiale la produzione rallentò fortemente. Alcune testimonianze ricordano che lo stabilimento, essendo di proprietà francese, venne requisito e utilizzato per attività legate alla costruzione di motori aeronautici, costringendo parte dei lavoratori a riconvertire temporaneamente le proprie competenze.

Terminato il conflitto la fabbrica tornò alla proprietà originaria, ma la concorrenza internazionale e il mutamento del mercato portarono alla chiusura definitiva nel 1953.

«Dopo la crisi del ’30 e la seconda guerra mondiale, alla fine l’azienda si è trasformata nella lavorazione delle fibre sintetiche e durante la seconda guerra mondiale invece era stata requisita perché era di proprietà francese ed era stata occupata dall’Isotta Fraschini che faceva motori di aeroplano, motori molto infiammabili e molto pericolosi, ed i lavoratori, quelli che hanno potuto, si sono improvvisati meccanici. Dopo la guerra è stata restituita ma da lì a poco ha chiuso per l’enorme concorrenza nel ’52-’53»

Le abitazioni operaie furono allora acquistate dagli stessi residenti che si organizzarono in forma cooperativa.

Case operaie al Bissoncello, foto anni ’90

Cosa resta oggi delle Filature de Schappe

Oggi il complesso conserva ancora elementi riconoscibili del suo impianto originario: il rapporto tra edificio industriale, canale e paesaggio circostante continua a raccontare il momento in cui Rozzano iniziò a smettere di essere soltanto campagna per diventare parte della storia industriale milanese.

Le case operai al Bissoncello sono state trasformate in residenze privati, mentre gli edifici davanti la fabbrica, dove risiedevano i Chevallard con le loro famiglie e le famiglie dei lavoratori più alti di grado sono di proprietà privata, non residenziale.

Una parte degli edifici della fabbrica invece sono stati riqualificati e oggi ospitano un’azienda chimica, mentre la parte restante, che versa in condizioni di decadenza, adiacente la conca di navigazione, su cui spicca ancora la vecchia e unica ciminiera, è chiusa e messa in sicurezza.

La conca di Rozzano con gli edifici – chiusi – della ex Filatura des Schappe

Fonti:
In punta di piedi
Il caso Rozzano
Memorie storiche e culturali locali: Rozzano
– http://www.scoprirozzano.it/storia_sviluppo.html

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