Come si navigava sui Navigli?

Come facevano a navigare i barconi lungo i Navigli Milanesi?

Ti sei mai chiesto come navigavano i barconi senza motore che scendevano e risalivano i nostri Navigli?

I barconi, che si distinguevano a seconda delle dimensioni, discendevano i Navigli utilizzando la corrente acquatica, sfruttando quindi la naturale pendenza del canale.

Molto spesso, nel Novecento, le imbarcazioni che navigavano sul Naviglio Grande partivano dalle cave di sabbia o ghiaia poste lungo il canale e arrivavano fino in Darsena a Milano.

Sul Naviglio Pavese invece, oltre alla sabbia (la rena in milanese), si trasportavano soprattutto prodotto caseari come formaggi o latticini, che giungevano in città dall’Oltrepò. Molto spesso i naviganti, per non pagare il dazio in Darsena, si fermavano pochi metri prima, nel Bordo di San Gottardo, detto anche il “Burg dei furmagiatt

Risalire il canale invece era più complicato, in quanto, essendo senza motore, dovevano esser trainati da cavalli, asini o altri animali da tiro, come i buoi, ai quali veniva legata una fune, detta alzaia (scopri perchè si chiama così) per trainare l’imbarcazione fino al punto di partenza.

Traino del “Barchett de Boffalora” lungo l’alzaia del Naviglio Grande

Durante il percorso vi erano inoltre numerosi stallazzi, osterie e “poste di cavalli“, luoghi in cui i barcaioli potevano riposare e fare il cambio di cavalli (o asini).

Solamente dagli inizi del Novecento i trattori sostituirono i cavalli, capaci di trainare anche convogli di più imbarcazioni.

La navigazione commerciale

Le imbarcazioni dei Navigli

La navigazione commerciale sui Navigli era effettuata con 3 tipi di barche:

  • Cagnone: lunghe 25 metri e larghe 4,75m con pescaggio massimo a 0,80m, portavano da 45 a 50 tonnellate, interamente scoperte e solo munite di una lunga pala o timone per dirigerle
  • Mezzane (o ossolane) di dimensioni un po’ minori rispetto e della portata circa di 30 tonnellate
  • Borcelli (o Battelle) che si usano particolarmente per complemento o per servizio diretto della navigazione e dell’attiraglio, della portata massima di 20 tonnellate

“Queste avevano in comune un timone costruito da un lungo albero terminante in una pala e fissato alla poppa dell’imbarcazione”.

Sul Ticino invece vi era anche il Mangano (o barcone pavese) lungo dai 26 ai 30 metri e massimo 5m in larghezza, con portata massima (in Ticino) di 100 tonnellate.

Il metodo di navigazione

I barconi antichi venivano guidati con pertiche e col timone, ovvero un remo molto lungo fissato a poppa dal lato destro (chiamato per questo “bordo dello sterzo”, ovvero “ster-bord, tribordo, oggi “dritta”).

Il Ponte dello Scodellino in una raffigurazione dell’800. Autore Ignoto

Governare una barca era molto difficile, soprattutto durante le curve ed l’attraversamento dei ponti: tutte le sponde erano quindi rinforzate con grossi pali di legno, chiamati “briccole”, in modo che le chiatte potessero appoggiarsi senza causar danni.

Fu proprio Leonardo da Vinci a consigliare ai barcaioli di allungare la pala del timone di ben due metri per aumentarne l’efficacia.

Ogni barca possedeva una “licenza di navigazione”, con il relativo numero di matricola rilasciato dall’ispettorato della Motorizzazione Civile, attraverso il quale si poteva risalire al proprietario e alle caratteristiche del natante.

Spesso inoltre, le chiatte avevano appiccicato o dipinto sullo scafo frontale dei cerchi colorati: questi stavano ad indicare la cava di provenienza.

Chiatta che trasporta sabbia lungo il Naviglio Grande (1950 circa)

Il trasporto passeggeri

Il trasporto passeggeri veniva effettuato con apposite imbarcazioni, munite di sponde più alte e di una casetta centrale, dette anche “barche-corriere”, o dialettalmente “barchett“.

L’entrata in uso dei barchett sembra risalire al XVIII secolo, quando si potevano contare una dozzina di imbarcazioni e altrettante stazioni, tra cui quelle di Turbigo, Boffalora, Robecco, Abbiategrasso e Gaggiano.

Costi e tempi di percorrenza

Da Turbigo si scendeva Milano con circa 3 centesimi a metà ‘800, in circa 6 ore e mezza, compresa mezz’ora di sosta ad Abbiategrasso.

Per la risalita con 86 centesimi, ci volevano 13 ore con 2 ore di sosta ad Abbiategrasso.

La diffusione delle strade ferrate decretò il declino delle barche-corriere sui Navigli, mentre continuava, ancora per un secolo, il trasporto commerciale.

Barchett in arrivo a Milano nei primi del ‘900

Fonte: 
– Navigli Lombardi “C’erano una volta i Navigli”.
– Naviglio di Pavia 1819-2019″ di Pier Vittorio Chierico. 
Il Naviglio Grande, da Candoglia alla Darsena di Milano, Francesco Ogliari

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